sorriso anziani

Il progetto “un sorriso per gli anziani”

Spesso gli anziani si trovano in situazione di solitudine, ciò non li aiuta a superare i loro piccoli problemi, gli acciacchi dell’età, per loro diventa difficile combattere la tristezza, il senso di abbandono e di inutilità.

La comunicazione verbale spesso non basta, una carezza, una canzone o un gioco di prestigio fanno la differenza in diversi casi. La comunicazione non verbale, spesso sottovalutata, può far riaffiorare emozioni e sentimenti che la malattia tende a far dimenticare.

Una squadra formata da medici e infermieri ha studiato un nuovo tipo di cura, un approccio clinico associato a uno umano, per ottenere risultati in un percorso terapeutico e diretto a contrastare patologie degenerative come l’Alzheimer.

Al Centro di Medicina dell’Invecchiamento del Policlinico Gemelli di Roma un gruppo di studenti e specializzandi della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Cattolica hanno appreso le tecniche professionali di Soccorso Clown Onlus, perché non basta mettersi un naso finto e colorato per saper aiutare un paziente.

 

Un sorriso, emozioni e sentimenti come farmaci insieme ai farmaci, studiata per accogliere e confortare, oltre che per curare.

 

Il professor Francesco Landi, direttore della UOC di Riabilitazione e Medicina Fisica ci spiega che “la clown-terapia nasce per i bambini e la sfida con gli anziani è ancora più difficile perché spesso sono diffidenti, impauriti, disorientati”  e continua “bisogna saper dosare l’intervento affinché si sentano coinvolti e confortati, ma è indubbio che la terapia del sorriso sia da considerarsi una terapia non farmacologica in grado di alleviare alcuni sintomi.

 

Medici e clown uniti in un “gioco”, mescolando le rispettive professionalità per dar vita al progetto “un sorriso per anziani”, progetto non solo finalizzato a regalare un sorriso ai pazienti ricoverati in ospedale, ma anche alle loro famiglie, e con lo scopo di offrire una terapia che vada aldilà dei farmaci, basata su emozioni sentimenti e sorrisi.

La demenza è una malattia ormai molto diffusa, circa 50 milioni di persone nel mondo né sono affette. L’Alzheimer è la causa più comune.

 

Tutto inizia bussando alla porta e chiedendo permesso – ha aggiunto Yuri Olshansky fondatore di Soccorso Clown Onlus insieme a Caterina Turi e Vladimir Olshansky – perché il rispetto è al primo posto, soprattutto nel caso di un paziente fragile come un anziano con demenza. E poi è improvvisazione sul momento, perché le persone non sono tutte uguali, non reagiscono tutte allo stesso modo e bisogna saper toccare le giuste corde del cuore, portando, con competenza e professionalità, nelle corsie degli ospedali l’arte della gioia”.

 

La demenza, causata spesso dall’Alzheimer, colpisce solo in Italia 1.241.000 persone anziane e compromette l’autonomia del paziente. Vengono a mancare alcune funzioni, come la memoria, il pensiero, il ragionamento, il linguaggio e spesso l’orientamento. Il paziente colpito da demenza non riuscirà più a svolgere le attività quotidiane e ciò determina un brusco calo dell’autonomia, e un progressivo deterioramento della personalità e delle relazioni umane.

 

Il linguaggio non verbale con questi pazienti anziani è una lezione fondamentale da imparare, per noi operatori ma anche per i parenti – ha continuato Rossella Liperoti dell’Unità Valutativa Alzheimer del Policlinico Gemelli – perché spesso si dimentica che non ci riconoscono, che sono smarriti, spaventati. L’esperienza di chi fa clown-terapia con professionalità è stata messa al servizio dei pazienti, ma anche di noi medici e dei familiari. Perché questo tipo di comunicazione non verbale raggiunge corde altrimenti impossibili da toccare. E ci mette tutti nelle condizioni di poter al meglio assistere l’anziano con demenza”.

 

Un sorriso attraverso dei meccanismi biologici stimola l’emotività, la capacità di socializzare e aiuta a rilassarsi. Un sorriso aiuta il paziente ma anche chi lo assiste. Spesso il familiare è molto stressato, altre volte vive con frustrazione il senso di impossibilità a comunicare con il parente che si sente ormai perso.

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